Su due o quattro ruote, verso la libertà

In previsione dell’uscita di questa sera per “La bicicletta verde” abbiamo chiesto ad Amnesty International di mandarci qualche informazione sulla condizione delle donne in Arabia Saudita.
Soprattutto visto che questo film ne parla in abbondanza (seppure in tono lieve e poetico) e proprio per questo ha ricevuto il loro patrocinio ufficiale.

 

Riccardo Noury, direttore dell’Ufficio Comunicazione italiano, ci ha mandato queste righe che noi condividiamo con tutti gli Amicinema perche’ crediamo fermamente che il cinema possa e debba unirsi con l’impegno sociale e sia un veicolo potente per diffondere idee e informazioni.

 

La bicicletta verde” è il suggestivo racconto, tra realtà e metafora, del desiderio delle bambine e delle donne dell’Arabia Saudita di conquistare la parità di diritti.

Amnesty International è accanto alle donne dei paesi del Medio Oriente e sostiene le loro aspirazioni a conquistare la parità di genere e a far sì che i loro diritti siano riconosciuti nelle costituzioni, nelle leggi e nelle prassi quotidiane.

Quando sarà grande, l’adesso adolescente Wadjda, che tanto nel film lotta per avere una bicicletta, dovrà avere uno dei più importanti diritti: quello di muoversi liberamente. Diritto che, come mostra “La bicicletta verde”, viene negato da una legislazione assurda, che impedisce alle donne di mettersi al volante.

Proprio per questo le attiviste per i diritti delle donne continuano a lottare per porre fine a tutte le discriminazioni di genere.

 

La campagna che ha avuto maggiore risalto a livello internazionale, conosciuta come “Women2Drive“, è quella per ottenere il diritto di guidare da sole.

Nel 1990, 40 donne salirono in auto e guidarono lungo una delle strade principali della capitale Riad per sfidare la tradizione che imponeva loro di non guidare. Furono fermate, alcune di loro persero il lavoro e la loro azione venne per anni stigmatizzata nei sermoni religiosi e nei circoli sociali.

 
L’anno successivo il Gran Muftì, la massima autorità religiosa del paese, emise un editto contro le donne al volante, seguito da un provvedimento formale adottato dal ministero degli Interni che vietava alle donne di guidare da sole.

Nel 2011 le attiviste hanno rilanciato via Internet la campagna contro tale divieto invitando le donne in possesso di patente a mettersi alla guida sulle strade.

Un gran numero di donne ha aderito alla campagna e si è messa al volante, molte di loro si sono filmate mentre erano alla guida e hanno pubblicato le immagini su YouTube. Alcune sono state arrestate e costrette a sottoscrivere un impegno a desistere dal guidare.
 


 

Manal al-Sharif, consulente informatica, è stata arrestata il 22 maggio 2011, il giorno dopo che la polizia l’aveva fermata mentre stava guidando, nella città di al-Khobar. La donna aveva inoltre caricato un video sul sito web della campagna “Woman2Drive” in cui appariva alla guida. È stata rilasciata 10 giorni dopo.

Il 27 settembre 2011, Sheima Jastaniah è stata condannata a ricevere 10 colpi di frusta, a Jeddah, per aver guidato un’automobile. La sentenza è stata poi annullata dal re.

 
Sempre nel 2011, il re Abdullah ha annunciato che le donne avrebbero avuto, a partire dal 2015,  il diritto di votare e di candidarsi alle elezioni municipali, le uniche a suffragio popolare, nonché di essere nominate a far parte del consiglio della Shura, un organismo composto da consiglieri del re. Tuttavia, alle donne è tuttora proibito viaggiare, avere un lavoro retribuito, accedere all’istruzione superiore o sposarsi senza l’autorizzazione di un uomo che ha la potestà su di loro.

Diffondere la storia di Wadjda è raccontare la storia di migliaia di bambine, ragazze e donne saudite che vedono negati i loro diritti fondamentali.
Con questo importante strumento siamo tutti nella condizione non solo di conoscere e comprendere aspetti poco noti di un paese ormai a noi molto vicino, ma anche di poter contribuire consapevolmente e fattivamente alla costruzione di una cultura universale dei diritti delle donne in Arabia Saudita e nel mondo.
Per maggiori informazioni potete consultare il sito
www.amnesty.it/educazione

 

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